Mela

Dublino 2012 186Annina Annina

prendi la mia mano

come ricordare

che devi ubbidire

Canticchiava guardando la sua Anna e si chiese come sarebbe stata da grande, quella bimba buffa un po’ rotonda. La sua Annina si era rifiutata di dormire all’asilo e la Superiora si era arrabbiata moltissimo.

Ora dormiva come un angelo sul divano di casa.

Era nata quattro anni prima, una mattina di dicembre, era arrivata come un regalo di Natale. I genitori di Mela non la pensavano allo stesso modo.

Elena veniva chiamata Mela da tutta la famiglia sin da quando era piccola, forse perché così come la sua Annina, da bambina era tonda e con le guance rosse.

Aveva ventidue anni adesso, Mela. Aveva passato i primi due anni da novella mamma a piangere e gridare “ti odio!” verso il cielo, ma ora era una persona nuova. La sua Annina cresceva forte e intelligente, l’aveva chiamata Anna come la sua migliore amica del liceo, morta in un incidente con il motorino.

Non si può avere tutto dalla vita, Mela”. Le parole di sua madre l’avevano perseguitata per tutti i mesi della gravidanza, avevano quel tono misto tra il rassicurante e l’irritante, che solo una madre può avere. “O tieni la bambina o vai all’università, non le puoi mica fare tutte e due le cose. Te ne accorgerai quando crescerà”. Sapeva che la madre aveva ragione. Se ne sentivano tanti in quel periodo di casi di ragazze madri. E poi aveva quella pancia enorme.

Chissà se mi senti, lì dentro. Chissà se sai che guaio sei. E quello stronzo del tuo papà, chissà dove sarà.

 

Dai Anna, svegliati amore, ti porto dalla vicina”.

 

Tempo un’ora ed era già in quello studio grigio e deserto. Le sedie in plastica nera davano l’idea di fare quel rumore gracchiante e fastidioso se qualcuno ci avesse passato il dito facendo forza col polpastrello.

Alle pareti grossi riquadri di compensato in finta pietra, di una tristezza cupa e noiosa.

Buongiorno, è lei la signorina per il colloquio?”

“Sì, sono io, Mel…Elena. Elena Martelli.”

Come ha trovato il nostro annuncio, Elena?”

“Su un sito internet.”

Lei è molto giovane, ha solo ventidue anni. Ha studiato al liceo linguistico, giusto?”

“Sì signore, liceo Mascetti a Bologna.”

Dunque, qui vedo che ha svolto molte mansioni di minor rilievo professionale, ma non ne terremo conto. La nostra azienda tratta con ditte estere, valuteremo il suo profilo sulla base della sua conoscenza dell’inglese e del tedesco…non sulle esperienze in pizzerie dai nomi esotici. Dunque, si è diplomata con il massimo dei voti. Come mai non ha proseguito con l’università?” Gli occhiali dell’uomo stavano bassi, sulla punta del naso, mentre scorreva rapido il curriculum di Mela con la luce al neon che gli allargava e riduceva un punto di luce sul cranio completamente calvo.

Sono rimasta incinta.”

 

Il silenzio era così ingombrante da occupare ogni angolo dello studio, ogni fessura tra le cartellette piene di fogli, ogni piccolo spazio tra i gommini antiscivolo e le gambe delle sedie.

Mela non sopportò quello sguardo severo e quel silenzio e si afferrò l’indice con il pollice facendolo scrocchiare così rumorosamente che l’esaminatore ebbe un brivido come se ne avesse sentito personalmente il dolore.

Quella sulla sua situazione familiare sarebbe stata la secondo domanda che le avrei fatto, signorina. Mi ha anticipato. Che ne ha fatto del bambino?”

L’ho lasciata alla vicina di casa.”

Intendevo dire…quindi lei è madre?”

Sì, spesso a una gravidanza segue l’essere madre, sa.” Quel vago tentativo di smorzare l’aria tesa dell’esaminatore fece passare Mela come sfacciata e si morse un labbro.

Signorina, non mi prenda in giro per cortesia. Purtroppo abbiamo una politica molto rigida sulla maternità.”

Signor Cardelli, io non ne ho bisogno. La mia Anna ha quattro anni ormai.”

Sì ma l’influenza, la febbre, le riunioni scolastiche, portarla a scuola, andarla a riprendere, le gite…Lei potrebbe essere un elemento debole per l’azienda.”

I nonni di Anna sono molto presenti, così come le persone che generosamente se ne prendono cura quando io…”

Signorina. Lei sembra intelligente e volenterosa. Ma il suo collega che abbiamo esaminato questa mattina non presenta un profilo instabile come il suo.”

Mela si alzò. Strinse la mano a Cardelli con un’espressione intesa a rassicurarlo. Non gli avrebbe fatto perdere altro tempo. Mentre si dirigeva verso la porta di quel triste ufficio, con uno scatto si rigirò verso Cardelli, afferrò il portamatite e puntando gelida i suoi occhi in quelli di quell’uomo calvo e rigido, lo scagliò contro una parete.

Il fracasso provocato da quel gesto fece scattare impercettibilmente Cardelli dalla sedia, le sue palpebre si chiusero per una frazione di secondo.

Questo è quello che chiamo un profilo instabile, Cardelli”.

Indeciso se essere furioso o colpito, Cardelli osservò da dietro le lenti dei suoi noiosi occhiali quella ragazzina uscire dalla porta e dalla sua vita per sempre.

E ora, e ora non lo so, mamma! E’ il terzo colloquio in due settimane in cui mi dicono la stessa cosa. Pare che Annina sia una cosa brutta. Sì. Sì, d’accordo. A domani.” Mela riattaccò il telefono con indolenza e si lasciò sprofondare nel divano.

Come poteva un uomo scialbo e vuoto come Cardelli, giudicare la sua vita e quella di Annina, così fresca e colorata come una pesca.

Camminando su e giù per il salotto pensò alla prossima mossa. Era partita in alto per andare a scendere.

Suonava male, ma a lei sembrava di scendere pensare di fare la commessa in un negozio. E poi la cassiera in un supermercato. E poi la tata. E poi la donna delle pulizie. Non voleva essere ipocrita, stare a una scrivania anche solo magari come segretaria le sembrava più lussuoso che fare le pulizie.

Qualche volta stirava per la vicina di casa, ma in cambio le teneva Annina. Non vedeva l’ombra di un’entrata da quando l’avevano cacciata da un ristorante perché aveva dato del “rompipalle puntiglioso” a un cliente. Se avesse potuto, avrebbe scelto un appellativo ancora più rischioso.

 

Eccola di nuovo, l’odiosa suoneria. Ogni volta che arrivava un messaggio, quel suono squillante e invadente le dava una scossa come un pacemaker e la vibrazione ne accompagnava gli spasmi. E il peggio era che quel dannato cellulare la maggior parte delle volte suonava solo per informarla delle nuove promozioni di qualche compagnia telefonica, da quando era rimasta incinta quattro anni e nove mesi prima, tutti i suoi amici erano andati scemando. Le erano rimasti solo Cinzia, la più acida e adorabile tra le sue compagne di scuola assieme a cui venne eletta rappresentante di classe l’anno prima del fattaccio, e Tony. Tony aveva scoperto che gli piacevano i maschi all’età di quattordici anni, quando non riuscì a baciare Mela. “Sei carina, sai? Ma credo che alla fine, ecco, venivo a studiare da te per guardare il culo a tuo fratello.” Da quel momento Tony e Mela divennero inseparabili.

Ciao, sono Luca. Il ragazzo della biblioteca. Ti va di uscire con me?

Chissà come ha avuto il mio numero. E’ carino comunque…ma prima chiedo il permesso a Tony.”

Quel figooo!” Tony si era fiondato a casa di Mela per sapere i dettagli dal vivo, magari fumando una bella sigaretta e ora saltellava irrequieto da un divano all’altro tenendo stretto un cuscino e suscitando l’incontenibile ilarità di Annina, che aveva smesso di giocare con i cubotti colorati per godersi meglio la scena.

Se non ci esci tu, ci esco io!”

Mela rispose impassibile che Luca era indiscutibilmente affascinante, come tutti quelli che lavorano in biblioteca. Persino le signore anziane sono più misteriose dietro al bancone di una biblioteca. Possiedono qualche verità sepolta dentro enormi tomi e a loro discrezione ne condividono un po’ con i comuni mortali, mettendo un timbro sul sapere, di solito quello più commerciale o infantile. O turistico.

Mela aveva svolto tante ricerche in biblioteca ai tempi della scuola, ora ci andava per prendere libri colorati e pieni di figurine da staccare e riattaccare. Annina ne andava pazza. Adorava soprattutto il primo lunedì del mese, quando mamma Mela la portava ad ascoltare le fiabe lette da due buffe ragazze vestite come fiori, in lana cotta e panno lenci. “Storytelling” lo chiamava Mela. Tony era un assiduo frequentatore della biblioteca in cui si chiudeva a preparare gli esami di Psicologia. E sbirciare Luca mentre riorganizzava il settore Narrativa.

Sono così emozionato, sono mesi che aspetto che Luca mi chieda di uscire!”

Tony…l’ha chiesto a me.”

Ma tu sei un po’ il mio lato concreto! Concretizzerò il mio subconscio attraverso te e…”

Smettila con la psicologia, tanto poi mi ci diverto io”

Ti odio!”

Si presero a cuscinate ridendo e Tony prese in braccio Annina e la fece ballare per il salotto come una principessa.

Chissà dov’è Diego…Cosa fa, con chi sta, com’è la sua casa, si chiese Mela prima di spegnere la sigaretta nel posacenere sullo stretto balconcino del salotto.

Diego, venticinque anni, era il padre biologico della bambina, che dopo aver saputo che Mela era incinta, decise che era finalmente arrivato il momento di tornare a Londra e far perdere le sue tracce.

 

Mela stampò e imbustò cinque curricula e si vestì. Aveva dato appuntamento a Luca per la sera stessa. Era già madre, cosa poteva succedere di peggio.

Aveva a disposizione tutto il pomeriggio prima che Luca la portasse in piadineria per cena, lo squacquerone è poco romantico, ma giova alla socialità.

Un po’ di ore dopo Mela stava digerendo con un giacchino di jeans aperto sul davanti e quella leggerissima brezza primaverile delle nove di sera le fece venire una fitta alla pancia.

La cena era stata veloce ma interessante, Luca era gentile e dai modi affabili. Era uno studente di Letteratura e lavorava in biblioteca, grazie al cui stipendio si pagava da solo metà della retta universitaria.

Non aveva molto senso dell’umorismo e questo un po’ dispiacque a Mela, il cui pungente sarcasmo sfiorava alle volte il cinismo spietato. Era un ragazzo molto serio e attento, sembrava contasse il numero di parole da pronunciare per non annoiarla o non sembrarle taciturno. Posato, un ragazzo posato. In piadineria si era pulito la bocca con un angolo di un tovagliolino, e nello spazio restante aveva scritto “posso invitarti da me per un film?”. Lo mostrò a Mela che si sciolse in un sorriso per quel gesto puerile e dolce.

Così si ritrovarono in macchina. Successe in pochi secondi. Luca le mise una mano sotto la maglietta e Mela si ritrasse urlando “che fai? Sei impazzito?” Lui tolse la mano e la guardò dubbioso. Provò a baciarla e lei “ma tu sei fuori! Ci conosciamo appena!”

Ma come? Ero certo che tu…”

Tu cosa?”

Tu fossi interessata…Hai accettato il mio invito.”

Invito a vedere un film da te, con i tuoi coinquilini in casa!”

Sembrava implicito che…Insomma sai, dicono tutti che…”

A Mela partì uno schiaffo prima che Luca potesse finire la frase. L’odio che si dipinse sul volto del ragazzo le fece passare un pensiero angosciante per la testa.

Ora sono quella facile e pazza.

Lì nel suo letto guardò il soffitto e si sentì piccola, una bambina. Avrebbe voluto chiamare la mamma. Quello che era successo la fece sentire sbagliata, inadatta e molto sfortunata. Tutte le sue compagne di classe delle superiori avevano cominciato presto ad avere rapporti, molte anche non protetti. Sfidavano la sorte.

Mela invece era un maschiaccio, pensava solo ai film d’azione, alle macchine, al basket e soprattutto ai libri fantasy. Aveva baciato qualcuno, aveva dato il suo primo bacio a quattordici anni, ma la cosa la annoiava. Per lei i ragazzi erano amici, non si sognava di vederli nudi. Poi quando invece cominciò a provare un pizzico di curiosità, si era ormai sparsa la voce che fosse lesbica. Fine dei giochi, pensava Mela rassegnata e un po’ indignata. Ancora vergine a diciotto anni decise che era il momento di porre fine a quelle voci che la volevano omosessuale solo perché troppo poco interessata al mondo dell’amore come le sue amiche frou frou.

Una sera di fine marzo conobbe Diego, un universitario di tre anni più grande di lei. Il suo nome la affascinava a tal punto che non sapeva pensare ad altro quando lui le parlava.

Diego, come don Diego de la Vega. Diego come un uomo forte con un nome forte. Ciao, sono Diego, ti proteggerò io.

Aveva perso la testa la povera Mela. Per il suo nome, per i suoi occhi neri, e per il suo modo di vestire così diverso dai suoi soliti coetanei. Era di Milano, aveva lavorato a Londra nei tre anni successivi al liceo e ora si era iscritto a Giurisprudenza a Bologna. La baciò per la prima volta al parco, in mezzo a tante altre coppie che facevano lo stesso e vederlo partire per Milano per una settimana la fece sentire come le grandi dive dei film in bianco e nero che piangono sventolando un fazzoletto.

Ma esattamente una settimana dopo, il 5 aprile, Diego si presentò a Bologna con la sua macchina, la chiamò, le porse un mazzo di fiori e la portò in un posto isolato con la macchina dove Mela si ritrovò in una di quelle situazioni che le avevano descritto le sue amiche frou frou.

Diego la riaccompagnò a casa con un bacio sulla guancia e sparì nella notte. Sarebbe in seguito stato un quasi fidanzato a distanza fino alla notizia della gravidanza.

Quando si seppe che era incinta qualche mese dopo, Mela, che fu l’ultima tra le sue amiche a scoprire il sesso, fu la prima a sperimentare la cattiveria dell’essere umano che non giudica indagando la realtà, la sostanza, ma fermandosi a quel che vede in superficie. E la pancia di Mela crebbe a vista d’occhio sotto gli occhi di tutti, rendendo quella superficie molto visibile. Era un marchio, una condanna.

L’ho fatto una volta nella vita e mi considerano una sgualdrina. Pensa se dicessi a tutti qua in città cosa mi raccontavano le mie amiche, cosa facevano con i fidanzatini al liceo. Diventerei quella facile, pazza e pettegola.

Ora mi alzo, apro quell’anta e invece che i soliti cappotti trovo Narnia. O Eriador. O la Valle Incantata.

Mela si alzò, aprì l’anta e dietro c’erano i soliti cappotti. La vita non va mai come vogliamo, conviene accettarlo. Non esistono altri mondi in cui rifugiarsi, l’unico è il nostro e nel punto dove abitava Mela c’era molto grigio a rovinarne i paesaggi. Come c’era molto grigio nel suo cuore, a rovinare il suo animo forse rude, ma così buono.

Decise di fare la vittima. Fare la vittima la aiutava a scaricare lo stress. Telefonò a Tony con un tono di voce lamentoso, fingendo di essere moribonda sul divano e spiegandogli di come il tanto gentile Luca fosse una specie di mostro orribile e cattivo – “lo è davvero” ripeteva Tony sconcertato, comprendendo la gravità di quanto era successo forse più di Mela che ci rideva sopra.

Era intelligente, caparbia e saccente Mela, ma era ingenua.

 

Gnic gnec gnic gnec.. L’altalena del parco aveva sempre cigolato. Annina ci si aggrappava con tutte le sue forze con quelle manine piccole e adipose, se fosse caduta avrebbe pianto. I bambini piangono troppo, è un modo molto fastidioso di attirare l’attenzione, pensò Mela un po’ irritata. Potrebbero, ad esempio, cantare. Sì, avrebbero dovuto progettarli diversamente, con una voce angelica e canterina. O suonare campanellini, come le fate dei boschi.

Mentre Mela pensava ad altri incredibili modi in cui sua figlia sarebbe potuta assomigliare a una creatura immaginaria, distrattamente spinse l’altalena con un po’ troppa forza e la manina di Anna un po’ sudata scivolò sugli anelli della catena fino a perdere la presa quando il seggiolino era troppo in alto rispetto al terreno.

In una frazione di secondo Mela ebbe il tempo di capire cosa stava succedendo ma non di prendere al volo la figlia che volò, come un angelo o una fata, per un metro prima di cadere con il faccino per terra e coprirsi il volto di sangue.

Quello che successe dentro Mela fu qualcosa di inspiegabile, che non aveva mai provato. Un’onda di emozioni che la paralizzò facendole tremare e sudare le mani e seccare la bocca. Panico. Fitte al cuore. Ginocchia molli. Sudore freddo. Brividi di gelo. Respirazione insufficiente. Battito cardiaco accelerato. Rumori esterni ovattati.

…tutto bene? Ehi!… … bisogno di aiuto?….pronto soccorso…

Era in uno stato confusionale dato da un misto di impotenza, senso di colpa e preoccupazione.

Il musino della sua bambina era coperto di sangue, avrebbe affrontato giganti e soldati perché quel sangue sparisse e quell’incidente ritornasse in un buco nero ai margini dell’universo.

Ma tant’era e non ci si poteva far niente se non uscire da quello stato di panico e accorgersi della signora che la strattonava cercando di riportarla alla realtà.

La testa e le orecchie di Mela si stapparono, come quando viene aperta la porta di una stanza insonorizzata e il suono distorto delle chitarre e della batteria travolgono il malcapitato che ci sta davanti, che non ha il tempo di abituarsi a quel frastuono.

In un attimo prese in braccio la bambina che piangeva, ma il pianto ora non le dava più alcun fastidio, si fece strada dando un’ingrata spallata alla signora e corse verso la macchina. Ignorando tutti i semafori rossi, in sei minuti e cinquantaquattro secondi fu al pronto soccorso.

 

Ecco qua, abbiamo pulito il sangue, ora si vede di nuovo il tuo bel faccino”. L’infermiera era dolce e paffuta, e armata di delicatezza e di un batuffolo intriso di disinfettante aveva restituito a Mela i suoi normali parametri vitali. Aveva smesso di respirare affannosamente e il suo cuore batteva regolarmente. La bambina aveva delle escoriazioni sul viso, ma niente di rotto.

Quello che Mela non sapeva era che nei giorni seguenti Anna sarebbe guarita completamente, ma lei no.

Sono una pessima madre. Non ho un lavoro, vivo ancora con i miei, ho la testa tra le nuvole. Mi comporto come un’adolescente.

Non mi perdonerò mai quello che è successo.

Ogni volta che osservava i graffi sottili e regolari sul volto della sua bambina, sentiva il mondo crollarle sotto ai piedi. Tony, Cinzia e i suoi genitori avevano fatto il possibile in quei giorni per tirarle su il morale, ma Mela si era attaccata a un enorme barattolo di Nutella e lì era rimasta. Si alzava solo per bere tè fresco al limone e prendersi cura di Anna.

Prima Luca, poi questo. Il mondo vuole dirmi che sono una fallita, come donna, come madre.

Sono una fallita. Una donna che nella vita ha sbagliato tutto.

E’ così per tutte Mela” disse sua madre entrando, quasi le avesse letto nel pensiero in quei giorni di malinconia.

Una donna ha sulle spalle il peso di tutto il mondo. Ogni responsabilità alla fine ricade su di lei e ogni suo errore è imperdonabile e i solchi lasciati dai sensi di colpa rimangono a ricordare che una madre non può sbagliare, mai. Ti sembra giusto questo, Elena? Porti il nome di una donna che causò una guerra. Ti sembra giusto? Errare è umano, ma non è consentito ad una donna. Per non parlare del fatto che ribellarsi è peccato. Non importa che tu sia operaia, avvocato, casalinga, madre single o moglie sottomessa. Se ti lamenti, se alzi la testa, diventi un’insopportabile femminista da strapazzo e altre donne ti fanno abbassare la testa. Tu prova a dirmi il nome di una donna che si sia svegliata ogni singolo giorno della sua vita convinta di essere nel posto giusto, al momento giusto, con l’uomo giusto, senza mai un’esitazione. Di fare la vita sognata. Di essere quello che avrebbe voluto diventare. Te lo dico io, non esiste. Forse nemmeno quelle donne in TV o nelle copertine dei giornali lo sono sempre. La felicità non viene da quello che facciamo, o dalla vita che ci è capitata…viene da dentro. Quando facciamo pace con la vita. Quando abbiamo il cuore che ride anche nei momenti peggiori, perché sappiamo cogliere il lato comico o leggero di ogni faccenda. E tu in questo sei sempre stata imbattibile Mela, non arrenderti ora. Tu sei felice quando leggi i tuoi libri strani perché sono quelli che ti fanno respirare, che ti fanno immaginare. Fai finta che nel mondo ci sia un posto del genere e vedrai che ti torna il sorriso. Tu sai che non esiste, ma ci credi, ci speri. Non hai mai perso il tuo lato infantile e questo fa di te una donna diversa dalle altre. I bambini sono quanto di più bello c’è al mondo perché sanno creare con la sola fantasia cose strepitose e solo chi, come te, ne conserva la capacità può arrivare lontano. Le altre donne sono sopraffatte dal senso del dovere di cui il mondo ci ha caricate, ma di cui non vuol darci neanche un merito. Ora alzati, truccati, lasciami a coccolare la mia Annina e vai là fuori a cercare la tua Narna, Narnia o come si chiama.”

Quella nube nella sua mente cominciò a diradarsi. Forse un giorno anche lei avrebbe avuto su Anna lo stesso potere che sua madre aveva su di lei.

Aveva fatto il ’68 sua madre, era una delle tante femministe intellettuali di sinistra bolognesi, nata con un libro in una mano, gli occhiali appannati nell’altra e in testa una sola parola: RIVOLUZIONE.

Era insegnante di filosofia al liceo classico e sapeva di averle dato un dolore quattro anni prima, rinunciando all’università per tenere la bambina. Ma quel dolore era svanito appena aveva preso in braccio la nipotina, scoppiando in lacrime di gioia.

Nella testa della ragazza scorrevano le immagini della piccola Annina coperta di sangue, le parole di sua madre, i banchi di scuola. Luca, Diego. Suo padre, suo fratello.

Il fratello molto più grande viveva a Sidney con la sua famiglia e tornava solo per Natale. Il padre aveva lavorato tutta la vita in una casa editrice e ora riposava in pensione.

Era cresciuta con due uomini eccezionali e si era convinta che tutti gli uomini lo fossero, ma non è così.

Ci sono uomini eccezionali, uomini mediocri e nullità. In questo la pensava come la madre. Ma aveva anche un’altra opinione, tutta sua: ci sono donne eccezionali, donne mediocri e nullità. Lei si sentiva mediocre e la colpa non era di Diego, né di Luca. Non era di Annina, che anzi, era un dono. Non era dei genitori che non l’avevano obbligata ad abortire per proseguire gli studi.

Era solo colpa sua, della sua distrazione, della sua immaginazione. Della sua indolenza.

Prese uno scatolone in cantina, uno di quelli in cartone che si usano per i traslochi. Poi prese dello scotch e cominciò a riporre nello scatolone libri, giochi e peluche che aveva ancora nella sua cameretta. Era ora di sbarazzarsi di quei cimeli, lei era troppo grande per passarci del tempo ormai, mentre Annina era troppo piccola.

Lo chiuse con cura e decise di portarlo in cantina, dove sapeva avrebbe preso polvere ma non sarebbe mai andato perso.

Si può chiudere un sogno in una scatola? Sì, ma non si può distruggerlo. Le venne da piangere perché si rese conto che ora avrebbe dovuto scrivere la sua personalissima avventura, e non aveva alcuna armatura né drago volante a proteggerla.

 

Farò qualunque cosa, laverò i piatti e le tazze, il pavimento”

Signorina, via, non sia ridicola. Lei è di bell’aspetto e parla correttamente. Potrà servire i clienti in sala.”

I giorni di gloria immaginari erano terminati, Mela si rassegnò all’idea che non avrebbe mai avuto un lavoro degno della sua famiglia. Per un attimo si vergognò di quel pensiero snob e superficiale.

In pochi giorni fece amicizia con molti ragazzi e ragazze dello staff, erano tutti giovani, tutti universitari che servivano muffin ad altri universitari per pagarsi gli studi.

Ognuno di loro veniva da una città diversa, le cadenze e gli accenti percorrevano l’Italia verticalmente e in un’onda sinuosa che evocava il Mediterraneo e le Alpi.

L’Università di Bologna era la più antica del mondo, non c’era da stupirsi della quantità di studenti che circolavano in città.

Molto bene, lo vuole con la granella o senza?”

“Senza grazie..sei un tesoro, come ti chiami?”

“Elena, signore”

“Elena…sai mia moglie è in vacanza, mi sento solo e vengo a fare colazione qui”

Mela fece un sorriso e pensò a qualcosa per tagliare corto. “E’ eccezionale la nostra colazione, signore, c’è una scelta vastissima.”

Era vero. Quel che non era vero era l’eccezionalità del cibo, come in ogni grande catena che si rispetti. “Blackblack coffee” si chiamava, l’ennesimo surrogato di una caffetteria inventato negli Stati Uniti, con tavoli di legno chiaro e pareti color panna. Sembrava il Paradiso, e i camerieri angeli.

C’erano muffin e ciambelle di ogni tipo, al cioccolato, alla crema, con ogni genere di zuccherino colorato, dorato, argentato da spolverarci sopra. Persino la frutta, se così si potevano chiamare quei pezzetti gommosi al gusto di banana o mela.

Non si lasciava scoraggiare Mela, ora che percepiva un reddito, per quanto misero, si sentiva più responsabile. Più autonoma.

Ma un’altra persona sembrava non scoraggiarsi, il signore elegante che le aveva chiesto come si chiamasse.

Era un bell’uomo sulla cinquantina, affascinante, brizzolato, vestito da ufficio.

Squallido precisare che la moglie è in vacanza. Fu questo il primo pensiero che Mela ebbe su Pietro Vigneroni. Il punto zero di quella che sarebbe stata la sua nuova vita conteneva la parola “squallido”.

 

Pietro Vigneroni era un avvocato di Milano, un “numero uno”. L’esatto opposto di lei. Era adulto, tutto d’un pezzo, sposato, con un conto in banca incredibilmente generoso.

Eppure ogni mattina le rivolse un saluto, un sorriso, un piccolo pensiero per otto giorni, che le sembrarono interminabili.

Che cosa voleva? Era sposato, probabilmente con una di quelle donne che da giovani erano state fotomodelle e indossavano sempre collane di perle nelle foto.

Questa sera torna mia moglie e diamo una festa, ti va di venire?”

Le parole posate, educate ma incredibilmente sfacciate di quell’elegante cinquantenne risuonarono nella sua testa come un gong.

Che cosa voleva? Se l’avesse invitata in assenza della moglie di certo non avrebbe accettato, ma almeno avrebbe avuto senso. Così assumeva i risvolti di uno di quei libricini gialli con delitti e sospettati, ne aveva trovato uno da ragazzina in un bungalow al mare e dopo averlo letto decise che indizi e misteri non facevano per lei.

Che siano due vecchi babbioni con qualche strana fantasia? O forse sono ricchi filantropi senza figli e cercano qualcuno a cui lasciare l’eredità una volta anziani. Mela come sempre fece volare alta la fantasia, ma i suoi pensieri vennero interrotti dall’uomo in attesa.

Chiedo scusa se la mia domanda ti ha turbata in qualche modo. Volevo solo essere cortese con una cameriera così giovane e cordiale.”

Capisco” rispose Mela dopo un attimo di esitazione. “Mi volete assumere come colf o qualcosa del genere?”

Assolutamente no Elena, come ti viene in mente?”

Purtroppo, lei mi capisce, non posso accettare un invito da uno sconosciuto. Senza offesa, lei sembra molto cordiale, ma di questi tempi…” Sto cominciando a parlare come mia madre, di questi tempi.

Vogliamo solo conoscerti meglio. In fondo ne abbiamo il diritto, sei la madre della nostra nipotina.”

Se continuo a farmi venire questi attacchi di ansia finirò per perdere tutti i capelli. Non c’è dubbio.

Questi due sono i genitori di Diego, quest’uomo mi ha rintracciata e ora vuole conoscere sua nipote. Che c’è di male?

C’è di male che Diego si è volatilizzato e per quanto mi riguarda non hanno nessun diritto di vedere la mia Annina.

Gentile signore, apprezzo il suo interessamento. Ma suo figlio è sparito nel nulla quando seppe della gravidanza, è solo colui che l’ha resa possibile. Non è il padre di Anna.”

Anna è un nome splendido, volevo congratularmi con te per la scelta. Ti prego di accettare l’invito alla festa, dove potremo parlare con calma. Via Garibaldi 16, alle 20. Viviamo a Milano, qui a Bologna abbiamo una seconda casa, siamo qui apposta per incontrarti, il cognome sul citofono è Vigneroni.”

Ebbe una fitta alla bocca dello stomaco. Diego Vigneroni, dunque sono proprio loro.

Mela non desiderò altro che farsi una doccia e parlare con i suoi genitori il prima possibile. Cosa fanno gli adulti in questi casi? Cosa devo fare?

Niente di straordinario avrebbe potuto in quel giorno distoglierla dai suoi pensieri. Uno spettrale fiume in piena in cui affiorava un fantasma del passato, Diego, per poi lasciare il posto a dei fantasmi presenti e ingombranti, i signori Vigneroni. Il cognome è un po’ inadatto al momento drammatico.

 

I suoi genitori erano contrari ad eventuali incontri. Non avevano mai preteso che il padre della bambina la riconoscesse legalmente o fornisse qualsivoglia aiuto economico, ma non lo consideravano neanche una presenza tangibile. Era sparito come ogni irresponsabile degno di questo nome avrebbe fatto, egoista e cialtrone. Questo pensavano di lui.

Inizialmente si tolse anche lei dalla testa di andare, ma in una ragazza di quell’età spesso la curiosità è forte come un tamburo che martella, e la voglia di togliersi lo sfizio dato dal mistero prevalse. Alle 20.16 era davanti alla porta dei Vigneroni.

Immaginavo qualcosa di spettacolare, ma non così.

Fuori dal centro città, davanti a lei si stagliava un enorme cancello al delimitare di un giardino vasto e curato. Il palazzo ottocentesco sembrava Netherfield nella trasposizione cinematografica di “Orgoglio e Pregiudizio”.

Sono davvero ricchi. Ho fatto bene a venire, potrebbero darci una mano con la bambina. Pagare delle baby sitter, potrei riprendere a studiare. Iscrivermi all’università o a qualche corso di formazione professionale.

L’interno della villa non era meno scenografico dell’esterno. C’erano piante altissime, tappeti enormi e persino una donna di servizio a riceverla. Non c’era però traccia di altri ospiti.

Che sia un’abitudine dei ricchi arrivare molto in ritardo?

Buonasera Elena, ben ritrovata. Hai trovato facilmente la strada?” la raggiunse la voce dell’uomo della caffetteria. Si voltò e lo vide in tenuta da casa, un paio di jeans, un maglione bordeaux un po’ largo e pantofole rigide. “Mia moglie è di sopra, è un po’ agitata per l’incontro. L’abbiamo aspettato tanto. Scenderà a momenti.”

Mentre aspettavano la madre di Diego, Elena seppe che non c’era nessuna festa. Era stato solo un modo per farla sentire più a suo agio.

La bambina era a casa con i genitori, non si sarebbe mai sognata di portarla in casa di sconosciuti al primo incontro. Cominciò a pensare di aver finalmente ragionato come un’adulta, e cominciò a sentire “la pressione”.

La pressione” era un senso di ansia misto a battito cardiaco impercettibilmente ma regolarmente in aumento ogni volta che si trovava in una situazione in cui qualsiasi donna avrebbe paura.

Non basta la fatica di trovare un lavoro perché sei madre, l’università che costa cara, il non poter portare la bambina a lezione o agli esami se nessuno può tenerla. Non basta fare i salti mortali per far combaciare i turni di lavoro con quelli di qualche anima gentile che tenga Anna. Non basta che uno può metterti incinta e sparire, tanto il problema è tuo. Non basta che uno può cercare di approfittarsi di te perché “tanto sei quella che…”.

No. Bisogna anche sentirsi in costante pericolo. Sei sola con un uomo che non conosci? Sei in pericolo, lo dicono tutti i giornali. Sei su un autobus e fuori è buio? Sei in pericolo. Il tuo ragazzo ti lascia? Sei in pericolo. Porti fuori il cane la sera? Sei forse matta? E la gonna? Un po’ troppo corta per girare da sola, stai attenta.

Ha fatto qualche domanda su di me per avere delle informazioni con cui attirarmi qui e c’è riuscito. Sua moglie non esiste, forse nemmeno si chiama Vigneroni, il campanello è finto.

Man mano che aggiungeva dettagli a quella angosciante prospettiva, l’ansia crebbe e divenne sudore freddo. Da una parte aveva sempre riso dell’allarmismo mediatico categorizzato per periodo e tendenza, ma dall’altra, quando era sola, aveva paura.

Questo desiderio di scappare l’assaliva.

Cercò di usare un po’ di raziocinio per rasserenarsi.

Se fosse davvero da solo e avesse avuto cattive intenzioni, le avrebbe già palesate. E poi c’è la domestica, non può essere una complice, ha una faccia buffa. Una faccia buffa? Sono proprio sciocca, domani leggeranno di me sul giornale.

Il sudore freddo divenne terrore e si alzò osservando l’uomo che stava da un po’ in un silenzio imbarazzato, ma fu interrotta dal rumore dei tacchi sulle scale.

Senza neanche aspettare che la testa si girasse a guardare chi fosse, il cuore, che si sa, è più impulsivo per natura, rilasciò lo stato di tensione che ormai era arrivato alle gambe e il calore si disperse. Si girò ed ebbe la conferma di averla scampata.

La immaginavo più bella. Sembra molto intelligente però, questo è un pericolo.

Claudia Vigneroni e Mela si strinsero la mano e Mela fu avvolta da un profumo leggero, incredibilmente elegante. Era il profumo di una Donna.

Claudia e Pietro erano senza dubbio le persone più altolocate che avesse mai conosciuto. Non era in soggezione per questo e non ne provava invidia. I suoi genitori l’avevano cresciuta insegnandole che i soldi rendono migliore la qualità della vita fino a quando non ne diventano i padroni, cosa che accadeva ai più. Coloro che si ritrovavano sudditi del proprio denaro, diventavano i più infelici tra gli esseri umani, sempre alla ricerca di qualcosa di più, qualcosa di altri, qualcosa che non si abbia già.

I Vigneroni stavano facendo esattamente questo.

Andrò al punto Elena” disse Pietro. “Mio figlio è un disgraziato, non lo metto in dubbio. Ma io e mia moglie siamo i nonni biologici della bambina e pensiamo a lei ogni giorno. Ci chiediamo come sia, se sia intelligente, dolce o furbetta. Se le piacciano i cartoni animati o i libri, le bambole. Lui è tornato a Londra a fare la vita dell’eterno Peter Pan. Abbiamo fallito con lui e per questo ti chiediamo scusa.”

Le parole dell’uomo le fecero per un attimo stringere il cuore. Per tutti quegli anni c’era stato qualcuno di cui lei non sapeva niente che aveva pensato alla sua Annina con amore e malinconia. Si sentiva di aver strappato un pezzo di cuore a due persone perbene.

Possibile che quel senso di colpa fosse davvero motivato? Erano i genitori di una persona che era fuggita davanti a una responsabilità enorme, lasciandola sola a crescere una bambina quando ci si sentiva ancora lei una bambina. Erano legati a lei solo per motivi biologici, probabilmente Annina sarebbe cresciuta e avrebbe assunto nel tempo qualche espressione di Pietro, o la snella eleganza di Claudia. Ma per nessun motivo avevano qualche diritto su sua figlia.

Avrebbero dovuto pensare meno ai soldi e più all’educazione di quell’incivile. Ora avrebbero un dolce focolare domestico di cuori uniti e sorrisi paffuti.

Noi non vogliamo nulla, se non conoscerla. Siamo naturalmente disposti a darti in cambio quello che ritieni opportuno.”

L’affetto non si compra, pensò Mela in un guizzo di nervosismo.

Mela si sforzò di trovare un compromesso, di volgere la situazione a suo favore senza approfittare dell’offerta. Sapeva che se avesse accettato del denaro, si sarebbero sentiti autorizzati a chiedere troppo e Mela non voleva incombenze di quel genere nella sua vita già abbastanza imprevedibile.

Un lavoro.”

Mi sembra un buon compromesso. Non chiederò denaro direttamente, ma solo il modo di guadagnarmelo da sola, onestamente.

Cosa sto facendo? Se mi sentissero i miei genitori piangerebbero per la delusione. Sto chiedendo una raccomandazione, che non è certo meno vile che chiedere dei soldi. Bè, è pur sempre la mia vita, forse io non sono come i miei genitori.

Un lavoro? Noi potremmo mantenerti, anche pagarti gli studi. Non dovresti lavorare e ti aiuteremmo a trovare il tempo per studiare. Basterebbe che tu accettassi di far entrare Anna nella nostra vita, anche solo per un finesettimana al mese, o qualche domenica.”

Non cedere Mela. Questi vogliono fregarti, ma tu vuoi mantenere tua figlia col sudore della fronte. Non vuoi debiti con nessun, men che meno con questi due.

Mi dispiace, ma non ho nessuna intenzione di accettare questo tipo di offerta. Posso sì farvela vedere, ma nessuno mantiene nessuno, una promessa è un obbligo. Un obbligo non porta mai niente di buono. La mia richiesta di prima è stata avventata e dovuta alla mia necessità di crescere mia figlia e ho pensato che foste persone a cui gli agganci non mancano.”

Mi piace la sua schiettezza, Elena. Se esaudissimo il suo desiderio di trovare un lavoro che la soddisfi?” azzardò Claudia.

Vi sarei certamente riconoscente e con la dovuta calma cercheremo di trovare un posto per voi nella vita di Anna. I nonni non sono mai abbastanza.” Si lasciò scappare un sorriso affettuoso, ma cercò subito di riassumere la seriosa espressione da donna in carriera in procinto di concludere un affare.

Una settimana dopo Mela entrò per la prima volta al Blue Night di Rimini.

Come aveva previsto, Pietro era pieno di conoscenze. Nel mondo della televisione, della musica, del giornalismo. La vita dei ricchi milanesi era un turbinio di denaro, movida, mani che lavano altre mani.

Quando aveva chiesto un lavoro immaginava una scrivania e l’odore del bianchetto, invece Pietro aveva puntato in alto e aveva deciso di affidarla a qualche suo amico che sapesse come vendere una ragazza carina e alta come lei.

Pietro era un uomo distinto, con una moglie riservata e intellettuale, non avrebbe mai neanche messo piede in certi posti. Ma Mela non aveva una qualifica, e non sopportava l’idea che la madre della sua nipotina si accontentasse di uno stipendio da segretaria.

In buona fede si disse che le avrebbe fatto fare la ragazza immagine agli ingressi della discoteca, la presentatrice alle serate e con un po’ di fortuna sarebbe arrivata in televisione. Era un mondo che detestava, ma i soldi giravano come una giostra impazzita.

Le luci soffuse, la musica ovattata, centinaia di corpi che si muovevano accanto a lei. Persa. Così si sentiva. Non andava spesso a ballare prima di avere la bambina, dopo non ne ebbe più occasione. Doveva consegnare volantini ed elargire sorrisi, come ragazza immagine. Questo fu il suo primo incarico nella discoteca. Indossava un abito succinto che non lasciava molto spazio all’immaginazione e la cosa la metteva profondamente a disagio. Il vantaggio di quel lavoro era che per una notte a settimana avrebbe guadagnato il doppio che andando in caffetteria ogni giorno, questo le permetteva molto tempo libero per stare con la bambina e magari in futuro avrebbe potuto riprendere gli studi.

“Elena? Seguimi.” Non era abituata a sentirsi dare ordini con quel tono, ma era il prezzo da pagare per quell’assurdo lavoro.

Dall’alto di quei tacchi vertiginosi che non le erano per niente familiari, vedeva il mondo con una nuova prospettiva. Più altezzosa, più matura, più sicura di sè. Nessuno poteva ora guardarla come una bambina, una ragazzina senza futuro o senza rampe di scale da salire per diventare grande. La sua vita stava cominciando ora, ripartendo dal punto morto in cui l’aveva lasciata. Certo, a giudicare dall’andatura traballante e incerta con cui avanzò verso la porta c’era ancora qualche miglioramento da fare.

Appena si chiuse la porta Mela si ritrovò di fronte a un uomo grassoccio e con un parrucchino.

“Mi chiamo Roberto, per gli amici il Rob. Sono il proprietario della baracca. Fai un giro su te stessa.” Elena si senti come un manzo su un bancone al mercato. “Carina, ma c’è di meglio. Non sai il giro di voci che mi è arrivato per farti entrare qui, devi avere amici importanti. Il Pietro immagino.” Quell’odiosa abitudine milanese di mettere l’articolo davanti al nome cominciò a darle sui nervi, più che le considerazioni irrispettose e apparentemente senza alcun rimorso del suo nuovo datore di lavoro.

Era così Mela, non faceva troppo caso alle offese o agli insulti. Avendo avuto un’infanzia e un’adolescenza da maschiaccio, era diventata insensibile a certe frivolezze riguardanti l’aspetto fisico. Ma cominciò a rendersi conto del potere dato dal fascino di un corpo femminile. Era la fiamma attorno alla quale girava il mondo, il deus ex machina dell’universo maschile. Niente di più misterioso e contraddittorio. E’ ciò che vogliono, ciò che bramano. Una volta che lo ottengono non ci fanno più caso, ne vogliono uno diverso. Spesso lo maltrattano ma il più delle volte semplicemente se ne dimenticano. I più impauriti fuggono. Credo sia questa la differenza tra un uomo e un maschio. Un uomo rispetta ciò che hai dentro, un maschio cattura ciò che hai fuori. E questo qui è anche meno di un maschio. Io non sono una sua dipendente, questo posso scordarmelo… Sono un suo giocattolo, un’insignificante pedina nella sua vasta scacchiera.

Dunque era tutto qui. Un girone infernale di notti in discoteca che divennero gite in barca con uomini dall’aspetto orribile e il guardaroba invidiabile. Poi divennero brevi apparizioni televisive come concorrente in reality show di bassa qualità farciti di persone finte come bambole di porcellana. Rob le trovava agganci e lei sorridente ringraziava con fare riconoscente. I suoi genitori cominciarono a non riconoscerla più. Si stavano disperdendo ormai quella dolcezza d’animo e quei modi un po’ grezzi, trasformati in pelle abbronzata in modo innaturale, capelli tinti, reggiseni imbottiti. Poteva permettersi un bell’appartamento, una macchina di lusso. Anna cresceva diventando un suo piccolo clone, ma il tempo che poteva dedicarle era ormai esiguo come un filo d’erba, lo stesso filo d’erba che diventava albero senza la guida che lei aveva desiderato essere per sua figlia. Era una ragazzina taciturna e annoiata, vedeva i nonni materni e paterni a weekend alternati e ben presto cominciò ad annoiarsi a casa dei genitori di Mela, i cui libri non la entusiasmavano più come quando era piccola. Non fece mai domande sul padre, come se non le interessassero le radici, le foglie cadute erano sufficienti.

Il filo dei pensieri di Mela si era interrotto. Si percepiva solo un profumo lontano di quello che era stato un fiore nel deserto ed ora era stato assalito dagli scorpioni. Divorato, avvelenato, seccato e marcito.

Ora c’era solo Elena. Era una donna ormai, ma Tony né la sua famiglia la consideravano tale. Non si faceva viva quasi mai, troppo presa dalla vita mondana di cui non era più solo vittima, ma anche carnefice. Trovava ragazze più giovani da avviare al suo stesso precario ma incredibilmente redditizio lavoro.

Si guardò allo specchio quella sera, dopo aver dato la buonanotte ad Anna in una delle poche sere in cui rimase a casa.

Ogni parte era al suo posto, un puzzle asimmetrico che tendeva inutilmente alla perfezione.

Uno strumento di lavoro, come un goniometro per un geometra. Come un forno per un panettiere.

Come uno specchio per l’anima.

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